Inchiodati (d)agli algoritmi


Ormai siamo inchiodati (d)agli algoritmi.

La nostra vita è costantemente spiata e analizzata e, perciò, al contempo, facilmente manovrata da burattinai che tutto conoscono.


Burattinai che immagazzinano miliardi di dati e che sanno come sfruttarli per indurci a compiere determinate azioni, senza, peraltro, che noi si abbia la consapevolezza di essere manipolati.

Anzi, la sensazione che molti hanno è quella di essere pienamente padroni di sé.


Ma, in realtà, ci affidiamo ai “consigli” che i vari “assistenti virtuali” ci danno, senza più neppure chiederci se è il caso.

“Soluzioni” e “consigli” che, in realtà, spesso limitano, piuttosto che ampliare le possibilità, in quanto sono legati a doppio filo sia al nostro passato personale e sia alla volontà del burattinaio che è padrone dei server in cui il nostro vissuto viene immagazzinato e “lavorato”.

Siamo, in tal modo, condannati a ripeterci.


Si potrebbe obiettare che anche senza i server, ognuno si porta sul groppone il proprio passato.

In parte è vero, ma solo in parte: l’esperienza personale, infatti, viene costantemente rielaborata dalla nostra mente: viene ricalcolata, rimodulata, ripensata, parzialmente dimenticata e riscritta, diventando, così, una cosa “altra” dal mero “fatto” che l’aveva determinata.

Qualcosa di infinitamente più utile: ossia, diviene, consapevolezza.

E tale consapevolezza, il più delle volte, non ci inchioda a degli schemi determinati, ma, ampliando le nostre cognizioni, ci apre scenari a volte a noi stessi inediti.


Un dato immagazzinato in un server, invece, viene lavorato da un algoritmo che è estraneo alla nostra mente, ma segue i voleri della mente di chi lo ha scritto.

La differenza non è di poco conto, perché quando si rinuncia a (ri)elaborare in proprio l’esperienza, ma si delega ad altri il “lavoro”, semplicemente si rinuncia alla propria coscienza (intesa come capacità di conoscere se stessi, ossia alla consapevolezza di cui sopra). 


Che debacle!


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