La strega che voleva essere amata


La strega e il capitano di Leonardo Sciascia non è un saggio di facile e immediata lettura in ragione del fatto che l’Autore cita di continuo lunghi estratti processuali scritti nella lingua in uso a Milano nella prima metà del Seicento.


Il processo è quello intentato contro Caterina Medici - «strega professa» - a cui accenna Alessandro Manzoni nei Promessi sposi e che, a inizio del 1617, fu messa al rogo in pubblica piazza, immediatamente dopo essere stata strangolata dal boia e, ancora prima, torturata con ferri roventi durante il tragitto che la condusse dalla prigione al patibolo.  

E non che non fosse già stata torturata durante il processo!

Torturata - si vorrebbe scrivere - per il semplice gusto dell’atto: Caterina, infatti, aveva confessato di essere una strega fin dal suo primo “informale” interrogatorio avvenuto nella casa nella quale prestava servizio come «fantesca» (ossia, come domestica).


Ad accusarla di stregoneria ci pensò per primo il capitano Vacallo di cui, tempo prima, era stata «serva» e al quale aveva praticato un «malefizio» atto a fare in modo che il Vacallo stesso sposasse la Caterinetta (altra e più giovane Caterina) che si portava a letto, senza per questo sentire la necessità di regolarizzare la sua posizione.

Il Vacallo, disse ai Melzi presso cui ora Caterina prestava servizio, che la donna era una strega e che le ragioni del malessere di cui soffriva il vecchio senatore Luigi Melzi, andavano cercate proprio in qualche «malefizio» opera della strega. 

La «fantesca» fu immediatamente interrogata e immediatamente confessò i suoi artifici.


Una strega che, nel corso degli anni (si venne, poi, a sapere durante il processo) aveva praticato la propria arte ad amorem: ossia con l’intento di fare innamorare di sé (o, più prosaicamente, eccitare sessualmente) qualche uomo o giovanotto.

Caterina, infatti, si definiva una donna «tanto calda di natura», alla quale, lo si capisce leggendo le carte del processo, gli uomini dovevano piacere non poco.

 

Ma, malauguratamente, i suoi «malefizi» non sempre avevano sortito i risultati sperati: gli uomini che ne erano colpiti, invece di congiungersi con lei carnalmente, a volte stavano male al punto da rischiare seriamente la morte…  


Il caso ricostruito da Sciascia è interessante proprio perché al centro della vicenda c’è Caterina che era davvero convinta di essere una strega.

Convinta di poter ammaliare gli uomini con qualche artificio di natura diabolica e di avere rapporti carnali con il Diavolo stesso.

Una vittima perfetta della violenta e misogina subcultura cattolica del tempo che cercava e trovava il Demonio in alcune donne di bassa classe sociale. 


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