Sciascia esegeta di Moro



Scritto “a caldo” in quel 1978 in cui Aldo Moro fu rapito e condannato a morte dalle Brigate rosse, L’affaire Moro di Leonardo Sciascia è un saggio illuminante che andrebbe letto e riletto non solo da quanti, a vario titolo, ancora oggi, si occupano del “caso”.


Nel testo, Sciascia - con un acume non comune - analizza nel dettaglio le lettere (rese pubbliche) scritte da Moro durante la prigionia e indirizzate ai potenti della Democrazia Cristiana e ai propri familiari.


Da esse, contrariamente all’opinione allora corrente, Sciascia, non solo riconosce la lucidità di Moro, ma rileva il tentativo messo in atto dall’ostaggio di indicare agli inquirenti il luogo in cui era tenuto prigioniero.

Lo fece, Moro, usando il suo linguaggio più tipico: quello del dire non dicendo.

Sciascia, allora, sottolinea delle lettere dalla prigionia alcuni passaggi che appaiono incongrui, mettendo in evidenza come essi, nel linguaggio di Moro, stessero a indicare altro: ovvero, con ogni probabilità, fossero il tentativo di dare agli inquirenti delle indicazioni utili affinché potessero arrivare al covo delle BR in cui era tenuto segregato.


Ma - lo confermò anni dopo Francesco Cossiga - nulla si fece allora per “decifrare” i messaggi di Moro.

E ciò accadde anche - e, forse, soprattutto - perché si era stabilito aprioristicamente che Moro, nello scrivere le sue lettere, non fosse mentalmente lucido a causa del suo stato di prigioniero delle BR.

Neppure le reiterate rassicurazioni di Moro sulla proprie condizioni di salute furono bastevoli ai potenti della DC per considerare il loro Presidente di Partito capace di intendere.


Fu stabilito che Moro, per quanto andava scrivendo dalla prigionia, fosse un Moro diverso dal politico da tutti conosciuto fino al giorno del rapimento.

Sciascia, invece, afferma più volte che il Moro della prigionia era lo stesso Moro Presidente della DC: un politico pronto a trattare e che riteneva inammissibile la “linea della fermezza” che condannava al sacrificio degli innocenti in nome della legalità.

Il cristiano Moro, infatti, privilegiava la vita umana agli astratti principi giuridici.

E fece di tutto, Moro, affinché le sue ragioni potessero aprire un dibattito all’interno del suo Partito.

Ma i suoi sforzi furono vani e Sciascia rileva che se ne accorse, tanto che, Moro non solo parlò di “Strage di Stato” a proposito del proprio “prelevamento” (insinuando, in tal modo, che dietro le BR ci fosse un occulto burattinaio), ma chiese anche che al suo funerale non partecipassero i potenti che, con la loro intransigenza, ne avevano causato la morte.


Il volume ora riproposto dalle edizione del quotidiano la Repubblica in occasione del centenario della nascita dello scrittore, riporta - come già la riedizione Adelphi del 1983 - anche la “relazione di minoranza” che l’onorevole Sciascia presentò come membro della Commissione Parlamentare d’inchiesta sul caso Moro.

Un testo che mette in rilievo le “sviste” investigative più “incredibili” occorse durante i 55 giorni del sequestro.

E il commento di Sciascia a tale proposito è lapidario: «la volontà di trovare Moro veniva inconsciamente deteriorandosi e svanendo».


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