I risorti

Mi hanno raccontato che, quando ha saputo della mia morte, ha pianto.
Un dettaglio che mi onora, ma che mi lascia ancora perplesso: sapeva che sarei risorto. Perché mi ha pianto morto?
Forse - è solo un’ipotesi, sia chiaro - non era del tutto sicuro delle sue potenzialità e, allora, ha pianto sopraffatto dalla paura di non farcela.
Poi, però, si deve essere fatto coraggio ed è venuto alla mia tomba.

Non deve essere stato facile mettersi in gioco davanti a tutta quelle gente che gli era estranea e anche un po’ nemica.
Un miracolo di tale portata non lo aveva ancora tentato nessuno: far risuscitare un morto!
L’amore che provava per me, però, lo spinse a tentare l’impossibile e a sfidare la Morte.

A me è bastato sentire la sua voce per rinascere. Tornare alla vita.
La sua voce calda, piena d’amore per tutti e per me in particolare.
La sua voce dolcemente imperiosa e carezzevolmente persuasiva.
Quanto amavo quella voce!
Come era capace di restarmi dentro per ore, per giorni.

Anche quando lo sapevo lontano, pellegrino per il mondo, c’erano momenti in cui ero convinto di sentirlo parlare.
Avevo la netta sensazione che mi stesse sussurrando parole sconce all’orecchio. Allora mi giravo sorridente e complice, pronto ad accoglierlo nel mio letto.
Restavo deluso nell’accorgermi che lui non era davvero lì con me.
Non era tornato.

E così, quando nel silenzio della mia tomba, ho sentito che pronunciava il mio nome, per un attimo, un attimo soltanto, ho creduto che quei suoni non fossero reali.
Ma subito mi sono ricordato di quella volta che, dopo un momento di felice intimità, mi aveva sussurrato che non avrebbe permesso alla Morte di separarci.
Allora ho realizzato che il miracolo si stava compiendo e, con uno sforzo inaudito, mi sono sollevato e sono uscito dalla tomba.
Ero felice che lui fosse lì per me.
Ero raggiante.

Qualche tempo dopo, però, tra noi i rapporti si sono incrinati: avevo scoperto che non ero l’unico uomo della sua vita.
Al suo fianco, infatti, ogni fottuto giorno, c’era quel piccolo intrigante di Giovanni.
Bello e giovane Giovanni.
Tanto giovane e bello e tanto adorato che colui che amavo come e più di me stesso gli promise che non sarebbe morto neppure per un minuto.
E ha mantenuto la promessa.

Io, in segreto, soffrivo della loro intimità e mi allontanai da loro.
Non riuscivo a vedere Gesù felice accanto a un uomo che non ero io.
Ma anche standogli lontano, i giorni del calvario li ho vissuti minuto per minuto, come se sotto la sua croce, accanto a Giovanni, ci fossi anche io.

Non avevo idea che morire per mano degli uomini fosse tanto doloroso. Pensavo che avrebbe saputo sopportare meglio e, invece, è stato un duro e lungo calvario. 
Troppo lungo e duro per chiunque. Anche per lui. 
No, forse dovrei dire, soprattutto per lui che è sempre stato trattato come un dio e, in fondo, non era davvero preparato alla malvagità umana. 
Alla tortura fisica. 
Alla carne del corpo che si lacera sotto i colpi della frusta; che si apre perforata dai chiodi.
Fu uno strazio anche per noi che fummo costretti ad assistere a tale scempio.
Giovanni dal vivo. Io in una specie di sogno tanto reale che era come se fossi lì.

Ma da quei giorni ci separa la Storia. Acqua passata.
Oggi, noi tre, siamo ancora buoni amici e, pur vivendo in posti lontani, di tanto in tanto organizziamo una rimpatriata.
Gesù ci ospita a Roma, città nella quale gestisce un locale gay frequentato dalle alte sfere vaticane.
Giovanni arriva dalla sua sperduta isola greca nella quale ha un bed and breakfast per turisti male in arnese.
E io lascio i miei morti del Cimitero Monumentale di Milano sicuro di ritrovarli tutti lì al mio ritorno.
Ancora oggi, infatti, gli unici a essere risorti siamo soltanto io e lui.

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