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I leader in campagna elettorale (Post tra il serio e il faceto)


A una settimana dal voto (e nel giorno del mio compleanno) esprimo a voce alta qualche sensazione epidermica da elettore medio quale sono sulla campagna elettorale di cui siamo stati “vittime”. 

Premetto che, dato che i leader sono tutti di sesso maschile, il post prenderà inevitabilmente una certa piega... Se sei di palato fine, allontanati o leggi con bonaria comprensione. 

Dicevo che i leader sono tutti uomini. Tranne una: tra le fila dei partiti senza speranza, infatti, primeggia Giorgia Meloni, da subito ribattezzata “la bambina” per togliere di mezzo il suo essere donna e, quindi, renderla inoffensiva dal punto di vista del gender. 

Le altre donne sono state relegate al ruolo di vestali, amazzoni o prostitute a seconda delle propensioni personali o dell’appartenenza politica. 

Dicevo anche che di questa campagna elettorale siamo stati vittime. Essa, infatti, mi è parsa priva di contenuti e, comunicativamente parlando, stanca e noiosa. 

Mi pare, infatti, che nessuno abbia davvero comunicato, in modo chiaro, sui grandi mezzi di informazione (gli unici davvero usati dall'italiano medio), il proprio programma di governo agli elettori. 
Ci si è limitati ai “titoli” e ai “farò”, prendendo a scusa il fatto che “il tempo è tiranno” e non permette di approfondire. 
La sensazione, invece, è che i leader, tutti i leader, non vogliano approfondire, perché altrimenti sarebbero del tutto in grado di imporre tempi e modi diversi alla comunicazione elettorale. 

Quasi tutti i leader, se proprio costretti a dare qualche informazione aggiuntiva, hanno rimandato il pubblico/elettore al programma/agenda pubblicato sul sito del partito, usato alla stregua di una bacheca e quasi del tutto ignorato sotto l’aspetto della comunicazione bidirezionale e della partecipazione che il Web 2.0 rende possibili. 

E, a proposito, di Web 2.0, tutti i leader hanno aperto profili Facebook e/o account Twitter, ma mi sembra che li abbiano usati più a beneficio dei giornalisti e per insultarsi l’un l’altro (ripetendo stanche liturgie), piuttosto che per aprire un dialogo vero con gli elettori. 
E ciò vale anche per chi, come Beppe Grillo, ha fatto del Web la sua piattaforma di lancio, salvo poi dedicarsi con assiduità ai comizi di piazza. 

Ma come hanno comunicato i leader? 
Con il cazzo, verrebbe da dire! 

Sintetizzando e giocando un po’, si potrebbe affermare che si è andati dal fantasmagorico “Io ce l’ho profumato” di Silvio Berlusconi al convinto “Tanto la gara la vinco io perché ce l’ho più grosso di tutti” di Pier Luigi Bersani, passando dal “Del mio, in Europa, non si è mai lamentato nessuno” di Mario Monti. 

Agli estremi, Beppe Grillo è andato urlando in tutte le piazza che lui ha “I coglioni che gli fumano per quanto gli girano” e Nichi Vendola, con la solita retorica, ha sottolineato che lui “Non si presta a questo gioco maschilista e fascista tutto basato sulle misure del fallo e che, comunque, non sono le misure quelle che contano...”. 

Paradossalmente, mi pare che la vera rivoluzione comunicativa, in rapporto al proprio elettorato, l’abbiano fatta Roberto Maroni e il suo sodale Flavio Tosi: essi, infatti, sono passati dal celodurismo in canotta di Umberto Bossi a un più rassicurante “Noi la mattina ce lo laviamo prima di indossare la giacchetta da impiegatuccio comunale”. 

Alla fine, però, l’elettore medio si è ritrovato con l’orchite!

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