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La prima notte


Ricordo che ero in moto e stavo tornando a casa.
Il panorama mi restava velocemente alle spalle e il profilo di casa mia diventava sempre più netto, sempre più reale.
Poi, improvvisamente, gli altri sono spariti.
Ho rallentato fino a fermarmi. Sono sceso dalla moto; mi sono tolto il casco e ho guardato a lungo in tutte le direzioni. Non c’era anima viva.
Avevo il cuore in subbuglio per la paura. Come era possibile che gli altri si fossero volatilizzati? Che razza di storia era mai quella?
Ho preso un respiro profondo e mi sono imposto di calmarmi, ma era inutile: il panico cresceva e, a un certo punto, mi sono messo a urlare. Urlavo chiedendo di finirla con quello scherzo di pessimo gusto e di tornare o, almeno, di non lasciarmi lì da solo. Ma nessuno rispondeva. 
Ero solo.
Non so perché, ma mi incamminai verso casa lasciando la moto sul ciglio della strada. Ricordo che pensai che, dato che non c’era più nessuno, lì per terra non avrebbe sicuramente infastidito alcuno.
La lasciai lì e mi diressi verso casa. Con calma, lasciando che il buio delle tenebre si facesse fitto.
Ogni tanto mi tastavo la tasca interna del giaccone per assicurarmi che il plico fosse ancora lì. C’era, ma sapevo che, ormai, non aveva più importanza.

***

«È iniziato tutto quella notte stessa. La notte dell’incidente a mio padre, intendo. Improvvisamente mi sono alzata dal letto e sono andata direttamente a sedermi alla scrivania. Ho preso un foglio bianco; la mia penna preferita e ho iniziato a scrivere. Ho scritto per ore. Sempre la stessa frase.»
«... E cosa diceva questa frase che lei... il suo subconscio... voleva rendere evidente a tutti?»
«Per un mese, tutte le notti, ho scritto sempre quella frase. Non potrò mai dimenticarla finché campo: “Il Vangelo è nascosto nella tasca segreta della giacca”.» 
«E qual è il significato della frase? Se lo è spiegato?»
«No dottore. Non ho proprio idea.»
«Neppure a distanza di anni?»
«No davvero!»
«... Ma ha detto che tutto è iniziato la notte dell’incidente. Cosa ricorda dell’incidente? Cosa le fu raccontato?»
«Ricordo che mia madre urlava e tentava di liberarsi dalla stretta di mio zio Giovanni per correre fuori di casa e vedere coi suoi occhi. A furia di divincolarsi, riuscì a sfuggire alla presa e corse fuori di casa. Io le andai dietro. 
La moto di papà non era lontana. Il suo corpo morto, per metà ne era schiacciato. L’altra metà ricordo che pensai che sembrava addormentata.
Poi vidi la testa e fu orribile. Orribile.»
«Cosa vide, signorina?»
«No, non posso.»
«Si sforzi! Si calmi e si sforzi di verbalizzare.»
«No no non ce la faccio. Non può chiedermi questo!»
«Signorina, se davvero vuole smettere di alzarsi in piena notte e passarla a scrivere frasi prive di senso, lei deve sforzarsi di affrontare la realtà di quello che è avvenuto a suo padre.»

***

Ricordo che - forse a causa del buio - il mondo aveva perso i colori. Ero solo e in un mondo in bianco e nero.
Il panico aveva lasciato il posto alla tristezza.
Non so perché, ma speravo che a casa avrei trovato ad attendermi mia moglie e mia figlia. Speravo che, almeno loro, fossero rimaste con me.
La speranza svanì quando vidi la casa vuota e buia.
Vagai di stanza in stanza con le lacrime agli occhi. Dovevo essere davvero fuori di me, perché mi accorsi di non indossare più la giacca solo quando portai la mano là dove pensavo che avrei tastato il plico che avevo rubato quel pomeriggio. Non c’era né il plico, né la giacca. Anzi, all’improvviso, mi accorsi che ero completamente nudo. Dovevo essere davvero sconvolto per non essermi accorto che mi ero denudato e che stavo vagando per casa senza neppure le mutande. E se mia figlia mi avesse visto così?
Ma mia figlia non c’era più.
Pensai anche che, visto e considerato che mi stavano succedendo cose che non ricordavo di aver fatto, dovevo scrivere la cosa più importante, prima di dimenticarla.
Dato che ero nella camera di mia figlia, mi sedetti alla sua scrivania, presi un foglio, afferrai la sua penna preferita e scrissi: “Il Vangelo è nascosto nella tasca segreta della giacca”.

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