Pensierini su carta

Il ritorno alla scrittura a mano mi spinge a tirar fuori dai cassetti i miei strumenti di scrittura che ho collezionato negli anni.
Ora sto scrivendo con una vecchia stilografica.
Scrivere con la stilografica mi ha sempre dato una segreta soddisfazione, come di operazione, in qualche modo, più nobile.
Il rischio che devo evitare ora che ho deciso di tornare alla scrittura manuale è quello di lasciare al pc solo la scrittura delle recensioni e dei post di “attualità”, tralasciando di pubblicare sui miei siti scritti più personali.
Il rischio è che la parte, la sfera, più personale resti scritta su queste pagine. Pagine lette solo da me, mentre io voglio essere letto dagli altri, perché io sono uno scrittore.
Non mi interessa scrivere un diario solo per me. Né mi interessa scrivere un diario pubblico. Forse, quello che non voglio è proprio un diario. Ciò che mi serve è un brogliaccio, un posto dove annotare frasi che, prima o poi, userò nei miei scritti pubblici che sono e restano gli unici scritti “veri”.
In fondo, quello che ho fatto fin qui con questo quaderno mi pare essere la strada giusta: scrivere, annotare e poi rielaborare per il Web o i romanzi.
Mi pare che quando scrivo su questo quaderno io sia più immediato, in qualche modo, meno sorvegliato (per quanto uno scrittore possa essere meno sorvegliato).
E ora, rileggendo quanto scritto, mi accorgo che potrei benissimo trascrivere tutto così com'è e pubblicarlo sul mio sito, così come mi accorgo che riprendere in mano questa vecchia stilografica è stato un errore, perché è evidente che essa non scrive più bene come una volta. Forse, se l'avevo riposta in un cassetto, la ragione era proprio dovuta al suo cattivo funzionamento, al fatto che a tratti non faccia scorrere l'inchiostro in modo fluido, impedendomi di scrivere rapidamente quanto sto pensando. Impedendomi di essere spontaneo e non troppo sorvegliato che è proprio quello che chiedo dalla scrittura a mano.
E forse è anche venuto il momento di lasciare bianche le ultime pagine di questo quaderno e iniziarne un altro con le pagine più piccole. Un blocco portatile, da portare sempre con me e sul quale annotare i miei pensieri (o, come avrei scritto un tempo, pensierini).
Intanto la stilografica mi pare abbia ripreso a scrivere in modo fluido. Forse le impurità di cui si era incrostata sono state espulse e io posso far di nuovo scorrere il pennino con la giusta velocità, il giusto ritmo.
Ed è giusto che lo scriva, oltre che pensarlo: l'idea di usare un pc o un telefonino per appuntare i miei pensierini mi fa venire l'orticaria. Mi sembra quasi un segno di resa, di paradossale imbarbarimento.
In qualche modo mi sentirei definitivamente e irrimediabilmente schiavo della tecnologia. Il fatto di dover accendere un supporto elettronico costato diverse centinaia di euro per scrivere i miei pensierini, le mie minchiate, mi farebbe sentire irrimediabilmente compromesso. Spacciato. Schiavo, appunto.
Ecco, forse è questa sensazione di fondo che mi ha portato a definire “minorati dell'umanità” quei turisti che quest'estate a Siracusa hanno usato l'Ipad al posto di una comunissima cartina geografica. Una di quelle che ogni albergo regala ai suoi ospiti.
Forse è proprio questo non volermi arrendere, diventare definitivamente schiavo, che mi impedisce anche solo il provare a leggere un intero libro sul pc. No. Io voglio la carta.
Sì, decisamente devo trascrivere e pubblicare queste pagine.

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