Mezzo morto

Testo collegato: Mary
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È pieno di barriere architettoniche qui, ma mi piace lo stesso.
D'altronde l'ho scelto io.
Quando, qualche tempo fa, ho chiesto di poter fare una crociera, mi son visto commiserare. Poi, pian piano che il desiderio che avevo espresso finiva di sembrare un sogno un po' sciocco e irrealizzabile, anche gli altri hanno capito che, in fondo, una crociera non poteva certo farmi male e hanno accettato di organizzarmela.
E, ora, sono qui, proprio dove sognavo di essere: a prua a sentire il vento che mi accarezza vigorosamente il volto e le spalle.
E sto bene seduto qui, con una copertina stesa sulle gambe che le esclude dallo sguardo invadente degli estranei (una specie di sipario calato su due arti oscenamente immobili).
E, qui a prua, non penso più al passato, a quando non ero ancora mezzo morto. A quando potevo ancora camminare.
Mi piaceva molto passeggiare. Andare in giro per le strade del centro senza una meta precisa. Era come prendersi una mini vacanza, come se stessi navigando tra una vetrina e l'altra. Ed è stato proprio davanti a una vetrina che è successo: improvvisamente ho sentito un dolore lancinante, come se un proiettile mi avesse colpito alla schiena. Ho perso i sensi senza aver capito cosa mi fosse successo. Solo qualche giorno dopo, all'ospedale, mi hanno spiegato che un proiettile impazzito aveva dimenticato il suo target ed era venuto a conficcarsi nella mia colonna vertebrale, rendendomi paralitico per sempre. O, meglio, paralitico fino a quando la scienza non avesse scoperto il modo per farmi tornare a camminare.
La depressione arrivò puntuale e implacabile. Il presente finì d'esistere, il futuro non sarebbe mai esistito, il passato sarebbe stato eterno. Questo era e sarebbe stato per me il presente: un lungo interminabile passato.
Sarebbe riduttivo affermare che mi stavo rifugiando nei ricordi di quando ero felice, di quando ero un bipede-senza-carrozzella. Io, praticamente, non avevo altra dimensione che non fosse quella del passato. Non volevo un presente, per paura delle emozioni che esso mi avrebbe riservato e portavo la mente a spasso in quel passato nel quale avevo vissuto emozioni belle e positive. Mi vedevo camminare accanto a Mary o correre dietro ai gemelli.
Poi - tempo dopo (i gemelli erano cresciuti, ma a quell'età si cambia in fretta) - ho iniziato a uscire timidamente dal mio rifugio fatto di ricordi, per avvicinarmi guardingo e sospettoso alla realtà.
La carrozzella mi diede un nuovo modo di muovermi e i gemelli si imposero alla mia attenzione con le loro crescenti esigenze. La loro mamma non c'era più e io dovevo tener fede all'impegno e farli diventare adulti, assisterli nel loro apprendistato di giovani esseri umani.
E ora sono qua, su questa nave. A prua.
E mentre i gemelli giocano, io mi aggrappo a questo vento che mi accarezza vigorosamente il volto e le spalle, e tento di risalire il tunnel, per vedere uno spiraglio di futuro. Voglio essere presente quando i gemelli faranno la loro conquista più grande, quando saranno diventati degli uomini veri. Voglio essere presente ed emozionarmi con loro.
In fondo, sono pur sempre mezzo vivo...

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